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Il mio racconto sulle ere del camperismo

da Redazione
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A cura di Alessandro Violini

Sarebbe bello fare una ricerca di come sia evoluta la vacanza sui veicoli ricreazionali nel corso degli anni. Se consideriamo che il primo camper viene attribuito a Jules Secrestat nel 1903, capiamo subito che le variabili da tener conto sono troppe in un lasso di tempo così ampio: geografia, tecnologia, etnografia. Alla fine probabilmente otterremmo un documento enciclopedico, che non è esattamente quello che mi aspetto da questa riflessione. Riduco quindi il range temporale analizzando le diversità dal punto di vista di ciò che mi è stato raccontato e che ho vissuto.
Prima da bambino, ascoltando e vedendo mio nonno e poi mio padre camperisti, ed infine da adulto ovvero il camperista che sono oggi. Condividerò così in questo racconto le differenze e le evoluzioni nell’uso del veicolo ricreazionale cogliendo le tre ere o generazioni che ho vissuto. L’obiettivo è quello di raccontare delle testimonianze e delle esperienze per stuzzicare qualche riflessione su come questo modo di fare vacanza e di utilizzare il proprio tempo libero sia cambiato: non ho certo l’intenzione di decretare degli stereotipi, tra l’altro basati solo sulla mia esperienza.

Inizio dai ricordi più sfumati, ero bambino ma, per orgoglio della vicenda mi venivano raccontati spesso: nel 1977, mio nonno aveva acquistato uno dei primi auto-caravan, quindi una delle prime immatricolazioni nella nostra provincia. Un mansardato su base Ford Transit 2500 diesel. Nove posti letto. Punto. Nel senso che a quei tempi non c’era la differenza tra posti letto, posti a sedere e posti omologati in marcia. Se riuscivi a far dormire 9 persone era ovvio che potevano stare sedute e se potevano stare sedute era ovvio che potevi circolare. Le cinture di sicurezza non esistevano e le sedute molto spesso erano panche con dei cuscini sopra. Mio nonno, classe ‘21 comprò il camper per comodità. Questo è stato il motivo principale. Il suo scopo era avere qualcosa che gli permettesse con facilità, e senza aumentare i costi, di fare quello che in quel periodo gli piaceva fare: andare a pesca al mare e portarci la famiglia. I miei nonni, in vacanza, usufruivano anche delle strutture ricettive e non vedevano problemi in questo. Il camper avrebbe però permesso loro di rendere più semplice e comoda una preferenza che nei mesi estivi diventava una routine.

Dai racconti intuisco una grande diversità su quanto fosse possibile fare al tempo rispetto oggi. Arrivavano col camper sui ciottoli della spiaggia, dove parcheggiavano altre roulotte e auto, a circa 20 metri dal mare. Si metteva un ombrellone e qualche tavolino e sedie. Gli uomini andavano a pesca, con un motoscafo fino alla seconda o terza isola e tornavano all’ora di pranzo. Le signore raccoglievano le vongole con una passeggiata nel mare. Ero piccino, ma le foto mi testimoniano che la pesca non era male: piccoli tonni, testole, sgombri. La tavolata era presto fatta. Persone del posto, che spesso nemmeno si conoscevano, si univano alle tavolate aggiungendo un tavolo dopo l’altro nella spiaggia e nel calderone si cuocevano chili di spaghetti. Chi portava del vino, chi un dolce, chi si faceva le foto con il pescato e la giornata volava via fino a sera. Dormivano lì e l’indomani erano pronti per un’altra pescata o giornata di relax al mare. Al rientro a casa, l’unica operazione necessaria era vuotare le acque nere e veniva fatto nella campagna dove abitiavamo, nello stesso punto in cui si stoccavano gli escrementi degli animali dell’aia. Non si usavano disgreganti, si apriva un rubinetto e le nere defluivano nella zona della nostra proprietà adibita a quello: natura tornava a natura.

Dai racconti non penso mio nonno abbia usato il camper per altri tipi di esperienze. Crescono figli e nipoti e il camperone, lo stesso mansardato da 7 metri di cui sopra, viene usato anche da mio padre per le sue vacanze estive. Qui i miei ricordi sono più nitidi perché ero già più grande. Si andava in vacanza ad agosto, quando mio padre aveva le ferie. Ai miei genitori non piaceva restare fermi nello stesso posto o nei campeggi. Ci piaceva girare e di solito in montagna. Le nostre vacanze erano in solitaria o al massimo con i miei zii che avevano anche loro un camper. Le persone le conoscevi durante la vacanza. Tra un consiglio, alcune indicazioni e un aiuto per un imprevisto, ogni vacanza portavo a casa il ricordo di qualcuno con cui avevamo fatto qualcosa insieme. I GPS non c’erano e nelle stradine dell’allora Jugoslavia o nei bui percorsi della foresta bavarese molto spesso era un’avventura già arrivare a destinazione. Destinazioni di cui avevi sentito parlare e i miei avevano maturato la curiosità di visitare, perché internet non c’era, al massimo trovavi qualche informazione turistica dagli uffici preposti.

A volte, in montagna, la notte faceva freddo e il riscaldamento nel camper era inadeguato. Un termosifone alimentato a gas sottodimensionato per la cellula. Avevamo sempre delle coperte e a volte la notte si dormiva a 13 gradi. L’acqua calda non ricordo di averla mai potuta usare per bene. Credo che la caldaia non funzionasse a dovere. Sì, c’era proprio una caldaia come quella di casa ma più piccola installata nella parete del bagno. Con la fiammella sempre presente e il bruciatore che si accendeva quando richiedevi l’acqua calda dai rubinetti. Il camper era grande e lo stivaggio non era un problema ma i miei genitori erano molto essenziali e l’esercizio di portare solo quello che serve è stata la filosofia di tutte le vacanze. Ci si spostava spesso da un passo di montagna o da un paese all’altro. A volte c’erano “parcheggi per i camper”, che oggi scopro chiamarsi “aree di sosta” dove c’erano dei punti per scaricare i serbatoi. Questa cosa era una sofferenza per mio padre. Il camper aveva ormai 10-15 anni in più rispetto ai veicoli ricreazionali di quel periodo e tale procedura non era ottimizzata. Non usavamo disgreganti perché si scaricava nelle zone indicate dalla polizia locale. Lo so, sembra fantascienza oggi, ma erano i vigili del posto che ti indicavano dove poter andare per scaricare quando non c’era un parcheggio apposito per camper con questo servizio. Dove non potevi c’erano i cartelli “Divieto di scarico”. Ma i furbetti c’erano anche allora e in alcune zone, nonostante il divieto, trovavi lo sporco a terra. Nonostante il carico/scarico nel nostro camper fosse frustrante, le generose autonomie compensavano il fastidio, dato che avevamo 180 litri di acqua, 200 litri di recupero per le grigie e 50 litri per le nere. Mio padre scelse il camper perché realizzò che poteva fare l’avventura che voleva, senza vincoli godendo della libertà di poter cambiare i piani a nostro piacimento. Il fatto che il camper fosse già in casa perché precedentemente acquistato da mio nonno, ridusse la barriera iniziale di provarlo, testarlo e comperarlo. Andò avanti per 7-8 anni poi smisi di seguire i miei in vacanza perché avevo interessi e preferenze diverse come l’adolescenza ci propone. I miei vendettero il camper, ormai obsoleto.

Dopo quasi venti anni i miei genitori diventano nonni e con la paternità mi tornarono in testa i bei ricordi di quando ero bambino e non vedevo l’ora di partire col camper. Ne noleggiai uno per farlo provare alla mia famiglia e verificare che non risultasse incompatibile alle preferenze. Filò tutto liscio e l’inverno successivo lo comprammo dopo aver partecipato per due anni alla fiera di Parma. Il nostro mezzo è immatricolato 2017 ed è un van che abbiamo acquistato insieme io e mio padre. Un mezzo da 5,99 metri con tetto H3 e due letti matrimoniali con dinette a 5 posti, così da essere fruito singolarmente dai miei, dalla mia famiglia o insieme (in cinque).

Ad oggi facciamo un bel mix tra libera, aree sosta e campeggi. Non abbiamo una preferenza perché la sosta libera è l’ideale per certi posti, mentre le strutture sono molto comode specialmente con i bambini. Dipende da che posto vuoi visitare, in che periodo e che aspettative hai per la visita di quel luogo. Ci sono posti che in base alla stagione restituiscono esperienze e sensazioni diverse. In alcuni casi un posto favoloso nel periodo sbagliato è deleterio, in altri casi lo stesso posto andrebbe visitato proprio in periodi diversi per coglierne tutte le bontà. Il tutto è molto relativo, l’importante è che il camper sia solo un mezzo, e il fine rimanga la curiosità di visitare, di conoscere e di lasciarsi contaminare.

Dal racconto dei miei ricordi ed esperienze ho identificato diversi modi di vivere il veicolo ricreazionale che è evoluto anche in base ai canoni della nostra società. Gli utilizzatori come mio nonno vedevano nel camper un accessorio. Utile ma non indispensabile. Gli utilizzatori come mio padre lo vedevano come una alternativa flessibile per le loro vacanze, con un discreto contenimento dei costi. Gli utilizzatori odierni come me ci vedono una filosofia dietro. Un piccolo spazio in cui puoi tornare a dare importanza ai valori nel tempo libero della tua famiglia. Le abitudini familiari e l’evoluzione della società hanno cambiato molto l’impatto di possedere un camper per una famiglia. Aspetti come la socialità, l’avventura, la libertà, il relax, i costi sono molto cambiati nelle tre ere che ho raccontato.

Nella prima “era” il camper era un’alternativa più economica. Le aspettative erano quindi più basse e la predisposizione all’arrangiarsi molto alta. La socialità era un valore molto gradito e aggregarsi con altre persone era il “valore aggiunto”. Le caratteristiche del veicolo erano secondarie se non la quantità di persone che poteva contenere. L’uscita con il camper era un’esperienza, non necessariamente coincideva con la vacanza o con il momento del proprio relax.

Nella seconda “era” il camper era sinonimo delle vacanze estive. L’obiettivo era ottimizzare quelle settimane con il massimo di quello che si sarebbe potuto fare in quel tempo coadiuvati proprio dal camper che avrebbe aiutato in termini di risparmio e gestione del tempo. La socialità era una costante, non veniva cercata ma nemmeno evitata. La propensione all’arrangiarsi faceva lentamente spazio anche a soluzioni più comode all’occorrenza e quando ritenute utili. L’attenzione alle caratteristiche del mezzo salivano di conseguenza apprezzando tecniche più versatili e pratiche. Si cercava tuttavia di rispettare un piano fatto inizialmente augurandosi di avere meno imprevisti e sorprese possibili.

Nell’era odierna potrei dire che il camper non coincide con un momento preciso dell’anno. E’ un mezzo per ottimizzare il proprio tempo libero. O meglio, è una scelta di come impiegare il proprio tempo. La libertà di scegliere anche solo qualche ora prima. Il camper è un mezzo per un tipo di esperienza che non potresti fare senza di esso. Non è solo il godimento della meta, ma tutta l’esperienza che parte dai preparativi fino al rientro, imprevisti compresi, che non sono più così demonizzati, anzi, molto spesso rappresentano il sale dell’esperienza stessa. Non a caso alcune persone prediligono proprio viaggi con una pianificazione essenziale o assente proprio per vivere al momento e reagire di conseguenza.

La tecnica e le caratteristiche del mezzo sono oggi una parte importante. Ci sono mezzi con layout specifici per tipo di nuclei familiari e tanti altri optional per ogni preferenza ed esigenza. La socialità viene invece meno. Forse per i “social” che ci tengono linkati virtualmente alle persone: l’aspetto principale sembra essere molto spesso di voler fuggire dalle altre persone per godersi un relax fatto di pace mentale. Lo sforzo di comprendersi oggi giorno in una società fatta di tanti accorgimenti di pura desiderabilità sociale, forse, con mio rammarico, ha allontanato la voglia di scambiare due chiacchiere col vicino e di conoscersi con una bottiglia di vino alla mano. Una sorta di amara conclusione in: “il mio tempo è troppo prezioso per rischiare di sprecarlo con un’altra persona che potrebbe risultare non gradita”. Ma questo è il frutto dell’impostazione sociale di oggi e non merito o demerito del camper.

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