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U’Masc a Pietrapertosa

da Redazione
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Pietrapertosa (PZ), antico fortilizio saraceno nel cuore delle Dolomiti Lucane, in posizione strategica sull’alta Valle del Basento. E’ il comune più alto della regione con i suoi 1100 metri di altezza e, incastonato com’è tra rocce dalle forme più svariate, è ricco di occasioni per gli amanti del brivido e delle scalate temerarie. Oltre alla salita fino ai ruderi del Castrum, da dove la vista sul paese e sulla vallata è mozzafiato, non a caso da alcuni anni per gli audaci che vogliono provare l’ebbrezza del volo librandosi in aria da un paese all’altro sono stati tesi due cavi d’acciaio che da Pietrapertosa raggiungono il dirimpettaio Castelmezzano, scavalcando la gola. Ma Pietrapertosa è anche uno dei sei paesi lucani dove ogni anno a primavera inoltrata si celebra U’Masc, un rito arboreo della cultura arcaica che festeggia il legame tra uomo e natura e a cui la tradizione cristiana ha dato un valore religioso, associandolo alle celebrazioni in onore di qualche personaggio sacro, in questo caso specifico alla festa di Sant’Antonio da Padova che cade il 13 giugno.

E così ogni anno, nella settimana precedente la Festa di Sant’Antonio di Padova gli uomini del paese si recano nel Bosco di Montepiano, di proprietà demaniale, per scegliere il grande albero che diverrà il Mascio, il protagonista della festa. La giornata è l’occasione per i pietrapertosani per passare alcune ore insieme in allegria nel bosco, scegliendo e tagliando un cerro tra i più alti e dritti e, dopo averlo abbattuto a colpi di accetta, prepararlo per il trasporto in paese, privandolo della cima, ripulendolo dei rami e levigandone il tronco spogliato della corteccia per renderlo il più liscio possibile.

L’appuntamento è per la settimana dopo, la sera prima del sabato della festa quando, come da tradizione, chi per primo porterà i suoi buoi nel posto dove è stata lasciata la pianta si guadagnerà il diritto di trasportarla in paese. E’ una notte di festa, in cui diversi gruppi di giovani, solo maschi, passano le ore fino all’alba lontano da casa accanto all’albero, in una specie di rito iniziatico con gli anziani del paese che li accolgono così nella comunità passando il testimone della tradizione alle giovani generazioni. Al mattino presto, dopo aver scelto e tagliato la cima dell’agrifoglio che farà da “sposa” e aver composto le coppie di buoi, il grosso tronco e la cima vengono legati e caricati e il lungo corteo di masciaiuoli si avvia verso il paese in un tripudio di suoni e rumori,

tra gente festante, muggiti di bestie e grida di uomini che le incitano a camminare. Dieci chilometri separano il bosco da Pietrapertosa e le soste non mancano, sia per far riposare le bestie che devono trascinare il pesantissimo fardello, sia per rifocillare le persone che coprono il tragitto a piedi con il cibo che le donne portano dal paese. La sosta più lunga è quella di mezzogiorno alla Fontana del Signore, dove un gruppo di donne avrà già preparato la “pastorale”, l’antico pasto dei pastori fatto di carne di pecora in brodo con verdure, e che viene consumato in allegria tra fiaschi di vino che passano di mano in mano mentre fisarmoniche e organetti allietano il momento tra canti e balli. Dopo la sosta, riattaccate le bestie al giogo, si riprende il cammino e il corteo arriva infine in paese accolto da tutti con grande emozione. Davanti al convento di Sant’Antonio il gruppo riceve il benvenuto del parroco che benedice la pianta e le tante ceste di biscotti di Sant’Antonio che le donne hanno preparato durante la giornata e che vengono offerti ai masciaiuoli e ai presenti insieme a bicchieri di vino. Sistemato il tronco di fronte al campanile del convento in attesa di essere innalzato la mattina dopo le bestie sfilano per le vie del borgo ricevendo i complimenti per la loro prestanza e la serata continua mentre tutto il paese vive l’emozione degli eventi. Il mattino dopo, davanti al convento, arrivano persone che portano offerte al santo: polli, galline, conigli, tacchini. Nel pomeriggio gli animali verranno messi all’asta e il ricavato, oltre che per il convento, servirà anche per pagare le spese della festa.

Dopo la messa e la processione con la statua di Sant’Antonio e le autorità in prima fila si procede ad innalzare il “Mascio”, senza nessun mezzo meccanico ma con la sola forza delle braccia di tanti pietrapertosani. Dopo aver innestato sul cerro la cima dell’agrifoglio e aver legato al fusto le corde per il tiraggio, alcuni uomini si piazzano sulle finestre del campanile cominciando a tirare le funi da un lato, altri da terra le tirano da un altro, altri ancora si sistemano di fianco al fusto per sostenerlo con grossi pali quando comincerà ad alzarsi da terra e i capimastri danno ordini a destra e a manca. Ci si ferma per riprendere fiato, si puntella da una parte, si ricomincia a tirare da un’altra, gli ordini si susseguono veloci, si stringono i denti, le braccia tese dallo sforzo, si tira, si tira e alla fine ecco che il Mascio svetta alto e ritto in piedi. La tensione si scioglie nell’applauso dei presenti, ci si abbraccia, si sorride, si brinda e si comincia a scambiarsi opinioni e commenti sul lavoro appena concluso mentre la banda suona per festeggiare l’avvenimento e un giovane intrepido, aiutandosi con le corde, scala il tronco fino in cima facendo piroette.

E’ ormai mezzogiorno quando l’opera è conclusa e dopo la pausa per il pranzo pian piano la gente ricomincia ad affollare la piazza per assistere alla scalata del Mascio, trasformato in un improvvisato albero della cuccagna, da parte di coraggiosi giovanotti del paese che si aggiudicheranno i premi in palio strappando i biglietti appesi ai rami. Tra incitamenti, grida e divertimenti giunge velocemente la sera e inizia il concerto di musica che allieterà la serata fino a tardi, quando tutto si concluderà con grandi fuochi d’artificio. Ancora una volta si è celebrato il legame tra uomo, natura e divino, nel rispetto di tradizioni arcaiche da tramandare alle generazioni future.
Info: https://www.comune.pietrapertosa.pz.it/
A cura di Roberto Serassio

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